Simit: In più di un migrante su 1.000 diagnosticata Tbc attiva allo sbarco

Tra i problemi connessi alla Tbc c'è il fatto che i migranti avviati a trattamento tendono ad interromperlo arbitrariamente poco dopo la dimissione. Se ne parla al congresso Simit di Torino

ROMA – Da novembre 2013 ad oggi oltre 450mila migranti provenienti prevalentemente dal continente africano sono sbarcati in Sicilia. Nella provincia di Catania, in dettaglio, ne sono giunti 15.200 nel 2016, 16mila nel 2017, oltre 4mila nel 2018, con il drastico calo degli sbarchi in seguito alla politica portata avanti dal Ministero degli Interni. Gli sbarchi sulle coste siciliane si sono progressivamente modificati per il loro carattere: ora sono in prevalenza sbarchi di piccole imbarcazioni con, a bordo, piccole, ma ripetute, quote di migranti. Ciò ha reso più complessa l’identificazione del numero degli sbarcati.

Circa 40mila migranti sono rimasti in Sicilia, variamente distribuiti nei centri di accoglienza. La provenienza è per il 25% dall’Eritrea, per il 21% dalla Somalia, per il 12% dal Mali, per l’8% dall’Etiopia, 5% dalla Sierra Leone.

I DATI NAZIONALI

I dati più recenti relativi all’Italia sono pubblicati del documento congiunto Ecdc e Oms Europa “Tuberculosis surveillance and monitoring in Europe 2018” e confermano che l’Italia rientra tra i Paesi a bassa incidenza di malattia (<20/100.000). Nel 2016 sono stati notificati 4032 casi di tubercolosi che corrisponde a un’incidenza nella popolazione di 6,6/100.000 abitanti, in leggero calo rispetto agli ultimi 10 anni (7,4 per 100.000 nel 2008). Dal 2012 al 2016 in Italia il tasso di notifica di tb è diminuito in media del 1,8% per anno. Dei casi totali notificati nel 2016, 3778 sono stati classificati come casi nuovi (non precedentemente trattati) e 300 si sono verificati in età pediatrica. Il 70% dei casi totali ha presentato una Tb polmonare.

Sono stati notificati 70 casi di Tb multiresistente (Mdr-Tb, 2,6% del totale dei casi notificati) e sette estremamente multi resistente (Xdt Tb). Il 62% dei casi totali notificati si è verificato in persone di origine straniera. Il numero stimato di decessi è stato pari a 330 (esclusi i casi di coinfezione Tb-Hiv). 

IL CONGRESSO

Di temi di estrema attualità, di migrazione e politiche sanitarie connesse, se ne parla al XVII Congresso Nazionale Simit, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, in corso a Torino sino a mercoledì 5 dicembre. Durante il congresso, organizzato da Giovanni Di Perri, professore ordinario di Malattie infettive, Università degli Studi di Torino, e da Pietro Caramello, SC Malattie Infettive, Ospedale Amedeo di Savoia di Torino, vengono approfonditi i temi che costituiscono il Piano Nazionale Simit condiviso anche con le istituzioni, vale a dire: gestione e politica dell’Hiv-Aids, l’eliminazione dell’epatite C grazie ai nuovi farmaci gratuiti nel nostro paese, l’aderenza ai farmaci, il problema della resistenza batterica, l’uso consapevole degli antibiotici, la politica sui vaccini e la lotta contro il morbillo, le malattie nelle popolazioni speciali, le malattie della globalizzazione causate dalla zanzara, (West Nile, Zika, Dengue, malaria e altre malattie vettoriali).

LA TUBERCOLOSI

“Uno screening effettuato in collaborazione dall’Università di Catania e dall’Arnas Garibaldi di Catania- sottolinea Bruno Cacopardo, direttore Uoc Malattie Infettive Ospedale Garibaldi e professore ordinario Malattie Infettive Università di Catania- ha recentemente evidenziato che più di un migrante sbarcato su mille presenta tubercolosi polmonare attiva e necessita pertanto di ricovero e cure. Appare complessa in questa popolazione la cosiddetta retenction in care poiché i migranti avviati a trattamento antitubercolare tendono ad interromperlo arbitrariamente poco dopo la dimissione”.

La tubercolosi viene riattivata nei migranti provenienti da aree endemiche per Tbc in seguito agli stenti del lungo viaggio di migrazione, in media oltre 240 giorni. Ciò in seguito a malnutrizione, altre malattie, detenzione, violenze, che indeboliscono progressivamente il sistema immunitario del soggetto infetto. Una parte di migranti non proveniente da aree endemiche rischia comunque il contagio in seguito ad esposizione durante lunghi periodi di detenzione o di vita in coabitazione con altri migranti provenienti dalle aree endemiche.

“I pazienti in passato, dopo il trattamento di induzione della tubercolosi, effettuato in regime di ricovero, venivano indirizzati ai centri di accoglienza, in particolare il Cara di Mineo, dove il personale medico presente ne curava il follow-up in collaborazione con i mediatori culturali e gli assistenti sociali. Attualmente- precisa Cacopardo- la drastica riduzione di risorse a disposizione dei centri ha provocato lo smantellamento della rete di assistenza dedicata alla retention in care dei pazienti con malattie croniche o in trattamenti prolungati. Ciò purtroppo potrebbe essere destinato a creare gravi rischi, sia individuali (riattivazione della malattia tubercolare alla sospensione del trattamento), sia comunitari (contagi all’interno delle comunità di accoglienza), sia in termini, infine, di sanità pubblica, perché non è escludibile, sul lungo termine, una potenziale diffusione alla popolazione autoctona locale”.

GLI ALTRI PROBLEMI

In generale i problemi principali che oggi caratterizzano la condizione di salute delle popolazioni migranti sono i seguenti: frequenti ricoveri causati da traumi poiché, gran parte dei migranti fugge da guerre, persecuzioni politico- religiose; casi di tortura, non immediatamente riconoscibili, che possono avere conseguenze fisiche e psicologiche; l’infezione da Hiv/Aids, con un costante e rapido aumento nel tempo della proporzione dei casi Aids notificati in stranieri. “In Italia- aggiunge Mauro Sapienza, direttore Uoc Medicina interna ed Uuooss Gastroenterologia & lungodegenza, responsabile Medicina della Migrazione Ospedale “Umberto I” – Enna- esistono numerose indicazioni dirette e indirette dell’aumentato rischio di malattie sessualmente trasmissibili negli immigrati: le malattie infettive genito-urinarie (con particolare riferimento a Schistosoma haematobium) costituiscono uno dei più frequenti gruppi di patologie tra gli immigrati.

Tra le altre condizioni infettivologiche connesse ai flussi migratori, rammentiamo il rischio di acquisizione di malaria, spesso legata a viaggi del migrante nel proprio paese di origine senza ricorrere ad adeguate misure di prevenzione. L’incidenza di casi di altre patologie tropicali esotiche (lebbra, filariosi, tripanosomiasi africana) appare, infine, relativamente modesta”.

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4 Dicembre 2018
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