Siria, la voce di Anas Al-Mustafa, ‘amico vero’ dei rifugiati in Turchia

ROMA – “Un anno fa, dopo che l’ong per la quale lavoravo è stata chiusa, ho creato una mia organizzazione, ‘A Friend Indeed’, per continuare ad aiutare i rifugiati siriani a Konya. Solo qui ce ne sono oltre 100mila, e per loro la vita è tutt’altro che semplice”. A parlare con l’agenzia ‘Dire’ è Anas Al-Mustafa, un siriano originario di Aleppo, rifugiato in Turchia dopo che nel suo Paese è scoppiata la guerra.

Ogni giorno Anas va a trovare in media tra le tre e le cinque famiglie: con sé porta pacchi di cibo, ma anche amicizia: “Ogni volta che entro in una casa, accetto di sedermi e prendere un caffè. Ascolto i racconti delle persone, le loro difficoltà più immediate, ma anche il bagaglio di sofferenze che portano con sé dalla Siria. Non ce n’è una che non ne abbia. Però non faccio mai domande: lascio che siano loro ad aprirsi”.

Come finanzi le tue attività? “Ho lavorato nella cooperazione e posso contare su una vasta rete di contatti” risponde Anas. “Inoltre ho amici e parenti in Europa, Canada e Stati Uniti. Ricevo molte donazioni, che utilizzo per acquistare pacchi alimentari. Ad oggi ho aiutato circa 170 famiglie“.

A Konya, come nel resto della Turchia – che ospita tre milioni e mezzo di rifugiati, secondo stime delle Nazioni Unite aggiornate a giugno 2018 – i profughi faticano a sbarcare il lunario a causa della disoccupazione e dei salari molto bassi.

Sebbene Anas lavori da solo – “non ho i soldi per pagare delle persone”, spiega – tutti in città lo conoscono e sono pronti a sostenere la sua causa: “Mi aiutano come possono, oppure mi segnalano casi di persone che hanno bisogno di una mano”. La maggior parte dei turchi di Konya, tiene a evidenziare, “sono estremamente generosi. Si rendono conto che in Siria la situazione è terribile, e ci trattano come uomini, prima che come stranieri. Non ho mai sentito di episodi di intolleranza”.

Sulla propria pagina Facebook il fondatore di ‘A Friend Indeed’ pubblica le foto con le persone che aiuta: “E’ un modo per raccogliere le donazioni” spiega: “Se non ne ricevo, non posso acquistare pacchi alimentari”. Unica nota negativa, denuncia il volontario, le scelte delle grandi organizzazioni internazionali, “come Unhcr (l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, ndr), che fornisce un aiuto insufficiente dal punto di vista medico. Molti siriani sono malati o hanno patologie che andrebbero curate in centri specializzati, alcuni dei quali si trovano in Europa. Ma purtroppo non ricevono le attenzioni necessarie“.

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4 Luglio 2018
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