Israele, parla Suor Azezet: “La mia vita per le rifugiate africane”

ROMA –  “Ci sono donne e bambini ma li chiamano ‘infiltrati’, lo stesso termine dispregiativo utilizzato per i palestinesi” spiega all’agenzia DIRE suor Azezet Habtezghi Kidane, missionaria comboniana originaria dell’Eritrea, una vita per i rifugiati. Risponde al telefono da Israele, dove assiste le vittime della tratta sopravvissute al deserto del Sinai, un impegno che nel 2012 le è valso anche il premio del dipartimento di Stato americano, il Trafficking in People Report Hero Acting to End Modern Slavery. Il colloquio con la DIRE riguarda il destino di circa 40mila migranti originari di Sudan, Eritrea ed Etiopia, che ora rischiano la deportazione.

“Gli annunci e le retromarce del primo ministro Benjamin Netanyahu su espulsioni e ricollocamenti non hanno fatto che accrescere la sofferenza e la paura di tanti giovani che non sanno cosa sarà di loro” sottolinea suor Azezet: “A causa delle difficoltà burocratiche, nonostante giorni di attesa, non sono riusciti a rinnovare il visto in scadenza a tre mesi e ora si trovano in una situazione di illegalità, di nuovo a rischio deportazione“. Ieri Netanyahu ha annunciato l’annullamento di un accordo con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) che avrebbe dovuto permettere il trasferimento anche in Europa di circa 16mila richiedenti asilo africani. Lo stop al piano, che avrebbe impegnato Tel Aviv a trattenere e regolarizzare almeno altrettanti migranti, ha fatto tornare d’attualità l’ipotesi di una deportazione. Come destinazioni possibili si era detto di Rwanda e Uganda, ma secondo suor Azezet il punto non è questo: “Il governo israeliano si rifiuta di considerare questi giovani e queste donne, spesso madri sole con figli piccoli costrette a separarsi o abbandonate dai mariti, come richiedenti asilo in fuga da Paesi dove non sono sicuri”.

La missionaria è testimone delle difficoltà delle migranti anche attraverso un progetto gestito insieme con le consorelle comboniane e sostenuto da organizzazioni come Unhcr e Caritas Spagna. Il nome è “Kuchinate”, una parola che in tigrino, una lingua diffusa in Etiopia e in Eritrea, vuol dire “uncinetto”. Nel concreto si tratta di uno spazio comune a Tel Aviv dove le richiedenti asilo creano articoli per la casa, come cestini, pouf e tappeti, che sono poi venduti in Israele. “Offriamo consulenze psicologiche ma diamo altrettanta importanza alle cerimonie per bere il caffè insieme oppure ai pranzi di cucina sudanese o eritrea” spiega suor Azezet: “L’obiettivo è aiutare le migranti a diventare più autonome economicamente e allo stesso tempo non farle sentire abbandonate”. Oggi Kuchinate sostiene 175 giovani che non possono lavorare, per problemi di salute o perché impossibilitate a lasciare i loro bambini. “Cerchiamo di fare quello che possiamo” dice suor Azezet: “Per l’asilo se ne vanno 800 shekel al mese, quasi 185 euro; per l’affitto altri 3mila e, allora, per sopravvivere ne servono almeno 7mila”.

4 Aprile 2018
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