VIDEO|Biagini (Ire): “Osteosarcoma è tumore osseo che colpisce i giovani”

L'Irccs Regina Elena di Roma ospita un reparto di ortopedia oncologica per bimbi
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ROMA  – Oltre 1.000 nuove diagnosi di cancro ogni giorno per 373.300 casi l’anno in Italia. Numeri che spaventano quelli sul 2018 diffusi da Airtum (Associazione italiana registri tumori) con Fondazione Aiom e Passi. Proprio per non abbassare la guardia su questa severa patologia, seconda causa di morte nel nostro Paese, il 4 febbraio di ogni anno si celebra la Giornata mondiale contro il cancro.

 

Per capire meglio i diversi tipi di neoplasie esistenti e i relativi trattamenti chirurgici, l’agenzia di stampa Dire si è recata presso l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (Ire) di Roma per sentire i vari esperti.

In particolare il professor Roberto Biagini, direttore dell’Uoc di Ortopedia Oncologica Ire, ha posto l’accento sui tumori ossei e delle parti molli, le cure possibili e la riabilitazione post intervento chirurgico.

– Quante tipologie di tumore muscolo scheletrico esistono? E come vengono trattate?

“I tumori dell’apparato muscolo scheletrico sono considerati tumori rari e rappresentano globalmente meno dell’1% di tutte le neoplasie. Tuttavia, all’interno dei gruppi principali, che sono i tumori dell’osso e delle parti molli, si trovano alcune decine di istotipi per l’osso e per le lesioni delle parti molli. Ognuno di questi tumori è poi presente in forme sia benigne che maligne e ha differente aggressività. Il trattamento è variabile, infatti le lesioni benigne vengono trattate con la chirurgia sia nelle lesioni dell’osso che delle parti molli, mentre per i tumori maligni di basso grado si ricorre alla chirurgia e al contrario per quelli ad alto grado si somministra chemioterapia e radioterapia”.

– L’ortopedico fa rete con una equipe multidisciplinare. Quali sono le figure coinvolte e in che modo collaborano?

“Parlando di neoplasie, in gran parte dei casi vengono trattate con approcci multiterapia e quindi ricorso alla chirurgia, ai farmaci e alle radiazioni. Ciò comporta che il chirurgo debba collaborare sempre con l’oncologo e il radioterapista. Inoltre, nella fase precedente, quella diagnostica, sono indispensabili l’anatomopatologo per la diagnosi istologica, il radiologo per la definizione dell’estensione totale e il medico nucleare. Di supporto a questa equipe nei centri specializzati ovviamente non può mancare lo psicologo oncologico”.

– Qual e’ il tumore osseo piu’ comune?

“La lesione ossea più frequente è rappresentata dalle metastasi, ovvero tumori secondari che coinvolgono l’osso dopo essere nati in un’altra sede come può essere il seno o lo stomaco. Fra i tumori primitivi che nascono direttamente nel tessuto osseo il più frequente è sicuramente l’osteosarcoma, ma parliamo sempre di neoplasie che hanno una frequenza di un caso o due per milione. Quindi in Italia di queste neoplasie ogni anno se ne contano 120 o 150”.

– L’osteosarcoma e’ il tumore più severo. Che incidenza si registra e quale tasso di guarigione? Inoltre per che tipo di chirurgia si opta?

“L’osteosarcoma è una neoplasia che colpisce solitamente l’età infanto-giovanile, nasce dal tessuto osseo e in particolar modo nei segmenti ossei. Questa forma di neoplasia è trattata con protocolli combinati di farmaci e chirurgia molto complessi e aggressivi che prevedono solitamente un trattamento pre-operatorio, un intervento chirurgico e un trattamento post-operatorio per un ciclo di cure globale pari a circa 8-9 mesi. La sopravvivenza a 5-6 anni, cioè i pazienti che si possono definire guariti da questa malattia, è del 60-65% circa. Mentre in un 30-35% dei pazienti si registrano delle ricadute che un tempo non avevano una evoluzione favorevole ma oggi invece questi soggetti hanno reali chance di arrivare, in un tempo lungo, a una stabilizzazione o guarigione”.

– Quali sono le ultime frontiere nell’ortopedia oncologica?

“Le nuove frontiere oggi non sono rappresentate tanto dal fatto di debellare la malattia. Oggi praticamente tutti i segmenti osseo-muscolari sono asportabili mentre il futuro è rappresentato piuttosto dalle ricostruzioni già avviate con tecniche standard da molto tempo e ricorrendo a protesi modulari che possono essere adattate al singolo paziente. Altrimenti lo specialista può optare per innesti ossei, prelevati da una banca, la banca del tessuto muscolo scheletrico appunto, dove che vengono conservati i tessuti oppure fare ricorso a protesi stampate con una tecnologia in 3D in titanio in grado di riprodurre fedelmente l’anatomia delle parti che sono state asportate e resecate dal chirurgo”.

– Trattate anche i pazienti pediatrici?

“Sì, qui al Regina Elena trattiamo anche i pazienti pediatrici, esiste infatti una sezione dedicata alla chirurgia pediatrica ovviamente in collaborazione con l’ospedale Bambino Gesù che è nostro partner nel trattamento dei piccoli pazienti. Quindi resezioni, innesti vascolarizzati oppure resezioni e protesi o ancora resezioni e innesti massivi, che sono ormai lo standard, vengono effettuati chirurgicamente nel nostro ospedale. Infatti in questo momento abbiamo un piccolo paziente che è stato sottoposto presso un altro istituto a un trattamento pre-operatorio perchè affetto da un sarcoma di Ewing, una neoplasia del bacino, e che noi abbiamo operato. E’ in reparto e sta bene”.

– Esistono delle protesi ‘speciali’, penso soprattutto ai bambini che crescono velocemente? E quali sono i risultati?

“Protesizzare un paziente pediatrico è sempre una sfida perchè, specialmente negli arti inferiori, vi sarà un accrescimento con lo sviluppo del bambino e quindi se la tecnologia non pone rimedio a questo fatto naturale l’arto operato con la protesi rimarrà meno sviluppato del controlaterale. Per ovviare a questo sono stati messi a punto ormai da molto tempo delle protesi allungabili che consentono l’accrescimento automatico. Un tempo si ricorreva a protesi meccaniche che richiedevano degli interventi chirurgici per essere allungate attualmente esistono protesi comandate elettricamente dall’esterno del corpo del paziente che consentono, ovviamente entro certi limiti di lunghezza, di compensare le dismetrie tipiche nei piccoli pazienti. Le protesi vecchie consentivano degli allungamenti sporadici, quindi si allungava l’arto di un 1,5 centimetri in sala operatoria con ricorso a un piccolo intervento chirurgico, oggi invece il paziente le può allungare a casa secondo un programma stabilito. Non c’è possibilità di errore poiché la macchina previene gli allungamenti eccessivi tanto che queste estensioni possono essere fatte anche tutti i giorni compensando la crescita dell’arto controlaterale”.

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4 Febbraio 2019
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