“Quello che resta”… di Stefania Noce

L'intervista all'autrice Serena Maiorana

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ROMA – “All’inizio avevo quasi deciso di rifiutare la proposta di scrivere sulla morte di Stefania Noce. L’editore pero’mi chiese di rifletterci. Dal 2009 studiavo le questioni di genere, avevo una lunga storia di pratica giornalistica alle spalle, ma non mi e’ mai piaciuto il modo in cui si parla delle vittime di violenza”. E infatti, ‘Quello che resta’ (pubblicato per la prima volta nel 2013 e in una seconda edizione aggiornata nel 2017,editore Villaggio Maori), il libro scritto da Serena Maiorana su Stefania Noce, la studentessa uccisa a 24 anni da 10 coltellate, il 27 dicembre 2011, a Licodia Eubea (Catania) da Loris Gagliano, ex fidanzato, non e’ una cronaca come le altre. E non e’ nemmeno un romanzo. Intervistata dall’ Agenzia DIRE per Diredonne, l’autrice ha ripercorso la genesi del libro e la ricostruzione dei fatti, a cavallo tra la sentenza di primo grado e l’appello, soffermandosi anche sugli aspetti processuali che hanno trasformato questo caso in un unicum giurisprudenziale. “Alla fine ho deciso di accettare- ha spiegato l’autrice- proprio perche’ Stefania Noce manda in frantumi tutti gli stereotipi che erroneamente circolano sulle donne vittime di violenza. Colta, entusiasta, attivista per i diritti delle donne con il sogno nel cassetto di fare la giornalista, con una vocazione per il ‘sociale’, libera e consapevole, dotata di un’intelligenza del dubbio’, come l’ha sempre definita suo padre. Una donna sorridente e solare. Troppo spesso siamo invece abituati a immaginare le donne vittime di violenza come deboli, remissive: la storia di Stefania dimostra che non è così”.

L’autrice ha partecipato alle fasi processuali, “momenti dolorosi e di paura, anche rispetto all’esito giudiziario”. Tra gli aspetti piu’ interessanti la scrittice ha sottolineato la “difficolta’ di mettere nel caso di Stefania, proprio per la ragazza che era, quei meccanismi di svalutazione della vittima che spesso, purtroppo, vediamo nei processi di questo tipo. Nel raccontare il femminicidio di Stefania però i media sono ricorsi al solito approccio deontologicamente errato che, ricalcando modelli da romanzo rosa, tende, se pur involontariamente, a giustificare l’assassino, utilizzando formule come ‘raptus’, ‘omicidio passionale’ o ‘troppo amore’. Non bisogna dimenticare invece che Stefania ha, come troppe altre donne, pagato con la vita il suo ultimo atto di libertà e autodeterminazione: lasciare un uomo”. Loris Gagliano e’ stato condannato all’ergastolo per omicidio premeditato in una sentenza in cui, per la prima volta, e’ stata scritta la parola femminicidio. “Una sentenza di primo grado storica- ha sottolineato Maiorana- anche perchè il termine appare contestualizzato e definito come l’atto finale di una spirale di violenza che inizia prima de delitto”. “‘Quello che resta’- ha spiegato l’autrice a proposito del titolo scelto-…..non è solo ciò che è successo fino alla mattina del 27 dicembre 2011. Ma è anche l’esempio, i ricordi, l’impegno e la mobilitazione collettiva di una comunità esemplare che ha elaborato questo lutto enorme, riflettendo e documentandosi sul fenomeno della violenza di genere”.

Una fotografia che descrive con essenzialita’, con la bellezza di un reportage, la verita’ di una storia come tante tra due universitari che finisce per scelta di lei. Lei che ha una vita piena da portare avanti e lui che si trasforma in assassino. Alla fine del processo d’appello e’ stato confermato l’ergastolo, se pur dopo una serie di complesse fasi processuali che hanno portato la Corte a definirlo ‘un caso da Settimana Enigmistica del codice penale”. Cultura e testimonianza sono l’eredita’ lasciata da SEN, la sigla con cui Stefania Erminia Noce firmava i suoi primi articoli di aspirante cronista. “Se non fosse ancora diffusa una cultura patriarcale e maschilista, probabilmente sarebbe molto piu’ difficile per questi uomini ottenere condanne irrisorie. Sui media di allora- ha citato come esempio Maiorana- si parlo’ di raptus di gelosia, quando la sentenza parla espressamente di premeditazione”. “La famiglia tiene molto alla corretta narrazione di quello che e’ successo in quella casa, quella mattina”. Le ultime telefonate tra Stefania e la madre giunta dai carabinieri per denunciare la manomissione della sua auto.

L’assassino che dopo aver sistemato una balestra in un edificio di fronte, entra, uccide il nonno di Stefania e lascia la nonna in fin di vita, poi rincorre la sua ex ai piani superiori. L’ultima coltellata che colpisce trachea ed esofago di Stefania e che le procura una morte per soffocamento e sommersione. La cronaca di quella mattina, nel libro di Serena Maiorana, e’ un’istantanea su una mattanza pianificata, fulminea. “Stefania e’ morta per rivendicare la sua liberta. E’ morta perche’sapeva quali fossero i suoi diritti. Parliamo di questi casi- ha concluso Serena Maiorana- onorando la verita’. E lavoriamo sulla prevenzione”. E’ questo, tutto quello che resta.

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3 Dicembre 2018
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