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‘Journalism is not a crime’, l’appello del reporter prigioniero in Egitto

ROMA  – “Continuiamo a gridare: il giornalismo non è un crimine!”. È l’appello di Mahmoud Abu Zeid, in arte Shawkan, fotoreporter di 28 anni, costretto da più di due nella prigione di Tora, pochi chilometri a sud del Cairo, senza aver sostenuto alcun processo. Shawkan è stato arrestato il 14 agosto 2014 mentre fotografava la repressione violenta di una manifestazione da parte delle forze di polizia egiziane.

shawkan

Durante la protesta, organizzata dai Fratelli Musulmani contro il colpo di stato militare dell’attuale presidente Abd El-Fatah Al-Sisi, persero la vita più di mille persone. La giornata viene ricordata come “massacro di Rabaa“, e l’ONG Human Rights Watch l’ha definita come “il peggiore omicidio di massa della storia moderna dell’Egitto”. Secondo Amnesty international, “la sua detenzione illegale per oltre 700 giorni è semplicemente vergognosa”. E per il prossimo 12 dicembre è prevista, dopo più di 850 giorni, la prima udienza del processo.

Amnesty International, che denuncia le accuse come “infondate”, ha pubblicato in queste ore una lettera del giovane foto-giornalista. “Finalmente, nei prossimi giorni conoscerò almeno il mio destino. Ma non so. Come mi sento? In alcun modo sento che sarà per me un giorno di giustizia. Non voglio deludervi, cerco – scrive – solo di essere realista. Nel mio paese abbiamo perso il senso di questo tipo di parole. Certo, dopo più di 850 giorni nel buco nero senza equità né giustizia sono perso in un limbo. Solo perché stavo facendo il mio lavoro di fotografo. Sono in prigione senza neanche sapere perché sono qui! Mi dispiace dirvi che sono diventato una persona piena di disperazione. Questo è ‘il mio nuovo me’. Comunque, continuo a resistere al mio nuovo me grazie a voi, e solo grazie a tutti voi, tutte le persone che sono al mio fianco e mi sostengono”. “Mi fate sentire che non sono solo. Siete diventati tutti la mia forza e la mia energia, e senza di voi non potrei attraversare tutto questo. Voglio mandare il mio affetto profondo e il mio apprezzamento per tutto ciò che fate per me. Mi sento – conclude Shawkan – così fortunato ad avere persone come voi. È davvero un onore contare su di voi come miei amici. Continuiamo a gridare che il giornalismo non è un crimine!”. Il gruppo Facebook “Freedom for Shawkan”, con più di 37mila like, invita a firmare le tre petizioni internazionali promosse da Avaaz, Amnesty e Reporters whithout Borders, per fare pressione sulle istituzioni egiziane e chiedere la liberazione di Shawkan, che è tra, l’altro, malato di epatite C e, secondo il suo legale, non riceve cure in carcere.

3 dicembre 2015
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