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Con le diaspore med-africane, alleate per lo sviluppo. Parlano Giro e Frigenti/VIDEO

ROMA – “Le diaspore africane sono il legame che aiuta a mettere a punto interventi mirati ed efficaci a partire dalle esigenze dei Paesi di origine dei flussi migratori”: a parlare con la DIRE è Mario Giro, vice-ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. L’intervista si tiene alla Camera dei deputati, in occasione di un incontro promosso dal Centro italiano per la pace in Medio Oriente (Cipmo). Il tema è ‘Migrazione, inclusione, co-sviluppo: il ruolo delle diaspore med-africane’. Un’occasione per fare il punto su un progetto avviato nel 2016 in Lombardia e Piemonte per favorire l’integrazione dei rifugiati “high skill” anche grazie a una rete delle associazioni delle comunità di origine straniera. Un network, è stato sottolineato durante l’incontro, cruciale per “facilitare e supportare i processi di inclusione e formazione dei nuovi arrivati”. Concetto centrale secondo Giro, che lo declina anche in riferimento a un nuovo quadro normativo. “L’articolo 26 della Legge 125 elenca anche le comunità di origine straniera all’interno dei nuovi soggetti di cooperazione” sottolinea il vice-ministro. “Pensiamo che le diaspore e le organizzazioni dei migranti siano importanti per avere conoscenza diretta delle situazioni nei Paesi di provenienza dei flussi e per poter fare cooperazione in loco”. Un meccanismo che può funzionare anche nel caso dei rimpatri assistiti e, Giro ne è convinto, “ogni volta che sia importante stabilire un ‘linkage’ tra quello che facciamo qui da Roma e quello di cui c’è bisogno lì”.

Ma coinvolgere le diaspore è fondamentale anche per altri motivi, a partire dall’impegno contro radicalismo e violenza. “L’Italia e gli italiani devono collaborare con gli stranieri e gli immigrati come già si fa in molti luoghi” sottolinea Giro: “Abbiamo bisogno di una vera integrazione, soprattutto per le seconde e le terze generazioni, quelle che rischiano più il contagio del radicalismo”. Un impegno sul piano interno, questo, che si salda agli interventi internazionali. Alla Camera Giro evidenzia la necessità di “creare uno strumento per grandi investimenti“, nella convinzione che in Africa “con decine di milioni di euro non si risolvono i problemi”. Il riferimento è un piano di intervento approvato dalla Commissione europea, ora all’esame del parlamento dell’Ue. In gioco ci sono 40 miliardi di euro, l’imperativo è “fare presto“. “Solo così”, sottolinea il vice-ministro, “sarà possibile una gestione comune dei flussi e magari una loro riduzione”. In attesa dell’Europa, però, l’Italia inizia a muoversi. Lo fa anche cogliendo l’occasione della presidenza del G7, anticipa Giro: “Ai nostri partner stiamo presentando un piano che riguarda in particolare la sicurezza alimentare, facendoci forti dell’esperienza dell’Expo e puntando su un’eccellenza italiana”.

FRIGENTI: NUOVA NARRATIVA, CON SUMMIT DIASPORE

“Serve una narrativa diversa” spiega alla DIRE Laura Frigenti, direttrice dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics). Non parla di progetti finanziati in Africa, America Latina o Asia meridionale ma di un altro impegno, altrettanto decisivo, sul quale pure investire subito. La parola chiave nell’intervista è “diaspore”. Termine declinato al plurale, a indicare le mille anime di quelle “comunità di origine straniera” riconosciute dalla Legge 125 del 2014 come soggetti chiave della cooperazione internazionale. Ecco allora, in occasione di un incontro alla Camera dei deputati promosso dal Centro italiano per la pace in Medio Oriente (Cipmo), l’annuncio di un’iniziativa che mira a creare un sistema. “Stiamo lavorando con il Consiglio nazionale a un summit delle diaspore da tenersi nel 2017” dice Frigenti. Convinta che sia possibile e necessario, anche traendo esempio da esperienze consolidate come quella francese, “creare una coesione maggiore tra organizzazioni un po’ frammentate, dando loro la possibilità di lavorare come sistema, di scambiare le esperienze e di unire le forze”.

Il punto di partenza, cardine della Legge 125 e centrale nella prospettiva dell’Agenzia, è il nesso tra migrazioni e crescita sostenibile. Secondo Frigenti, in prospettiva bisogna “favorire uno sviluppo globale armonico in modo che le differenze esistenti tra Paesi poveri, emergenti e sviluppati siano più soffuse e che ci sia maggiore integrazione“. Una sfida difficile, ma alla quale le diaspore possono contribuire, se in rete con le istituzioni e le autorità locali. Significativo che l’incontro alla Camera sia occasione per fare un punto su un progetto per l’integrazione dei rifugiati, in particolare in Piemonte e in Lombardia, che conta sul sostegno del ministero degli Esteri italiano. Un primo passo, conferma Frigenti, per articolare quella “narrativa diversa” oggi indispensabile.

“A causa di una situazione di contrazione economica e delle difficoltà di tante persone a trovare lavoro il contesto mondiale è fortemente polarizzato proprio rispetto al tema delle migrazioni” ragiona la direttrice. Convinta che, però, questa narrativa si possa contrastare grazie a quell'”alleato eccellente” che sono le diaspore. Come fare? “Raccontando le storie che il pubblico vede poco” risponde Frigenti; “Mostrando che nella stragrande maggioranza dei casi i migranti contribuiscono alla nostra economia, pagano i contributi previdenziali, depositano i risparmi in banca, acquistano e usano servizi in Italia e quando hanno successo diventano loro stessi piccoli businessmen che magari danno lavoro tra gli altri anche agli italiani”.

 di Vincenzo Giardina, giornalista professionista

03 febbraio 2017

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