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DIRE - LE OPINIONI

Libia fuori controllo, “Non attendere oltre”

di Barbara Varchetta (Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali)

Salah al Maskhout, lo scafista ucciso in Libia qualche giorno fa, non è caduto sotto il fuoco delle forze speciali italiane: così il nostro governo si è affrettato a smentire un episodio che avrebbe potuto generare conseguenze incresciose ed inasprire la complessa situazione nordafricana.

Il Paese è già fin troppo frammentato in fazioni e governi contrapposti, eroso nella sua indipendenza dagli attacchi di uno stato islamico che ha trovato terreno fertile nel clima di disorganizzazione ed abbandono generatosi dopo la deposizione del colonnello Gheddafi ed il successivo disimpegno, tipico della sua politica non interventista, della comunità internazionale. La Libia appare dilaniata dal crescente predominio dell’Isis e da una crisi economica senza precedenti: è agevole comprendere perché, allora, centinaia di persone ogni giorno abbandonano quella terra per cercare la salvezza attraverso un viaggio che rappresenta una scommessa con la vita.

I più importanti Paesi occidentali e la stessa UE faticano a trovare una soluzione condivisa per la Libia, tentano accordi diplomatici e negoziati, continuando ad escludere l’ipotesi di un intervento armato ma, a distanza di quattro anni dall’ultima importante fibrillazione, nessuna composizione pacifica ha sortito effetto. Eppure, una ferma riflessione avrebbe dovuto portare la comunità internazionale ad immaginare un percorso di democratizzazione del Paese (magari sotto la guida italiana) che coinvolgesse molte delle realtà tribali che costituiscono il nucleo sociale di quel territorio, garantendone la sopravvivenza e l’equa rappresentanza nella rinnovata compagine istituzionale. I vantaggi sarebbero stati incalcolabili ed avrebbero superato di gran lunga le criticità che dalla Libia provengono ai danni dell’intera Europa: si sarebbero ridotti sensibilmente gli sbarchi dei migranti che proprio da lì partono per raggiungere le vicine Sicilia e Calabria ed i governi europei (Italia in primis) non sarebbero stati costretti a confidare nelle sole operazioni di controllo delle coste e nella indecorosa e mortificante pratica dei centri d’ accoglienza che, al costo di milioni di euro l’anno, salvano sì la vita a migliaia di esseri umani ma ne uccidono la dignità e la speranza.

Senza contare il vantaggio economico che dalla stabilità libica deriverebbe per l’intera Europa: sono infatti innumerevoli gli interessi delle imprese italiane ed europee in quel territorio che attualmente risultano compressi dal clima di guerra che si respira laggiù, ed altrettanto appetibili le risorse naturali. Purtroppo però, si è atteso a lungo.

Opportuno sarebbe stato accompagnare il processo democratico, dopo la legittima elezione del governo nel 2012, fino al raggiungimento di un equilibrio politico ed alla formazione specifica e tecnica di un esercito in grado di tutelare gli interessi dello Stato e mantenere la pace. La Nato, che ha agevolato con i suoi attacchi il crollo del regime precedente, avrebbe dovuto garantire questo percorso, impedendo poi ad un secondo governo, illegittimo e violento, di affiancarsi al primo per usurparne il potere. Errore di valutazione, così qualcuno lo ha definito; errore che è costato però un prezzo troppo alto ed al quale è ormai urgente porre rimedio.

Un’analoga situazione è quella che va delineandosi in Siria: dopo la decisione del governo francese, confermata dallo stesso Hollande, di bombardare alcuni siti siriani sale la tensione nell’intera comunità internazionale. Lo scenario all’orizzonte potrebbe essere quello di una Libia bis, così come preconizzato dal premier Renzi che afferma con chiarezza la posizione del governo italiano, escludendo qualsivoglia possibilità di ricorrere all’uso della forza. Tuttavia i principali attori internazionali divergono sulla strategia da tenere per affrontare la crisi: Mosca ritiene illegittimi gli attacchi francesi in quanto non autorizzati dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e lo stesso Putin esclude l’intervento sovietico; Obama definisce Assad un tiranno e non è disposto a mediare con la Russia che invece ne chiede l’eventuale riconferma nel caso di una composizione negoziata della crisi; la Turchia, la Gran Bretagna e l’UE appoggiano l’idea di una transizione ma negano il loro placet ad Assad, che va processato per i crimini commessi contro il suo Paese.

In questo clima di estrema incertezza, l’auspicio è che non si attenda oltre: sono trascorsi ben quattro anni dai primi segnali di allarme provenienti dalla Siria e la situazione appare oggi già fuori controllo.

02 ottobre 2015

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