Via al rilancio del parco geominerario in Sardegna, gioiello senza tempo

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Via al rilancio del parco geominerario in Sardegna, gioiello senza tempo

CAGLIARI – È uno dei gioielli più splendenti e affascinanti della Sardegna, eppure ancora oggi poco conosciuto dai milioni di turisti che ogni anno si riversano nell’isola, attratti magari dalle rinomate spiagge della Costa Smeralda o di Villasimius. Questo il paradosso del Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna, circa 3.800 chilometri quadrati – distribuiti in 81 territori comunali – che ne fanno uno dei parchi nazionali più estesi d’Italia. Certamente un unicum, in particolare nell’area più vasta, quella del Sulcis Iglesiente, dove le bellezze naturali – i faraglioni calcarei a picco sul mare, le grandi spiagge regno dei surfisti, le ‘magiche’ cavità carsiche immerse nei boschi come ‘Su Mannau‘- convivono con le straordinarie testimonianze di archeologia industriale, legate all’attività mineraria.

Villaggi operai, migliaia di chilometri di gallerie, vecchi impianti industriali, antiche ferrovie, rendono il Parco, inserito nella rete europea e globale geoparks dell’Unesco, un gigantesco museo a cielo aperto e un attrattore turistico dalle enormi potenzialità. Questa dunque la mission principale del nuovo consiglio direttivo del Parco, insediatosi ufficialmente il 18 maggio del 2018 dopo 12 anni tribolati di commissariamenti che ne hanno limitato la programmazione e progettualità: far conoscere maggiormente il territorio fuori dai confini della Sardegna, e tentare così di rilanciare anche grazie al turismo l’economia di una delle aree più povere d’Europa.

“Abbiamo la necessità di far conoscere una parte della Sardegna nascosta, che però non ha nulla da invidiare nel confronto con altri territori dell’isola- spiega il direttore del Parco geominerario, Ciro Pignatelli, durante il ‘press tour’ dal 5 all’8 giugno, organizzato insieme a Legambiente nelle mete più suggestive del territorio, dalla miniera di Montevecchio alla galleria di Porto Flavia-. Il Sulcis Iglesiente è un angolo di Sardegna molto vasto, ma purtroppo ancora poco conosciuto. Eppure qui c’è qualcosa in più rispetto ad altre zone, c’è la storia mineraria, mescolata a quella contadina“.

Il Parco

La genesi del Parco geominerario della Sardegna è chiaramente legata alla fine dell’attività mineraria negli anni ’60 del secolo scorso, quando iniziarono a farsi sentire gli effetti della perdita di competitività dell’industria sarda nei confronti del mercato internazionale. Le prime società private ad abbandonare l’isola furono quelle straniere, seguite ben preso da tutte le altre, conseguenza che spingerà Regione e Stato ad intervenire in maniera sempre più massiccia con interventi pubblici. Aiuti che però hanno avuto come unico effetto quello di allungare l’agonia delle miniere sarde, fino alla chiusura definitiva alla fine degli anni ’90. Solo allora si capì che occorreva progettare un futuro diverso per le aree minerarie dell’isola, seguendo le esperienze lungimiranti di altri Paesi, come la Germania e l’Inghilterra, che già da decenni avevano portato avanti azioni di salvaguardia e di recupero e riconversione del patrimonio di archeologia industriale mineraria.

Il Parco nasce da questo ritardo storico, che ne condizionò l’avviamento a pieno regime: dall’idea della sua creazione nel 1989, con la costituzione di un comitato promotore, passeranno 12 anni prima di vedere ufficialità nelle carte della Regione e del governo, con istituzione del Parco formalizzata nel 2001 da un decreto ministeriale. Ma ne dovranno passare ancora 17 prima che il Parco si dotasse di una governance, con il presidente, Tarcisio Agus, e il direttore, Pignatelli, che da ora avranno cinque anni per portare avanti un progetto di rilancio, con continuità.

“Il primo passo da fare sarà quello di aumentare la pianta organica del personale del Parco- spiega Pignatelli- in questo momento notevolmente sottodimensionata. Per il funzionamento di una struttura di questo tipo ci sarebbe bisogno di una pianta organica complessiva di almeno 45 unità“. L’obiettivo principale “sarà quello di legare insieme cultura locale, artigianato, enogastronomia, per cercare di dare al territorio uno sviluppo sostenibile, legato al turismo- prosegue il direttore-. Il punto è capire come il Parco geominerario con la sua storia affascinante possa essere un’attrattiva di livello mondiale”.

Un ulteriore passo da compiere per la nuova governance, dovrà essere quello di ‘recuperare’ la fiducia dell’Unesco, che l’anno scorso ha declassato il parco: “Soprattutto per la mancanza di una cartellonistica adeguata– spiega Pignatelli- siamo stati declassati dall’Unesco, dal cartellino verde a quello giallo: non è una bocciatura definitiva, maci stiamo organizzando per fare in modo di riavere entro un anno e mezzo la carta verde“. Per Agus, non è possibile musealizzare tutto l’enorme patrimonio di archeologia industriale del Parco, “ma servono investimenti dei privati che diano nuova vita agli edifici spesso abbandonati da decenni. Il parco di per sé non può produrre occupazione, può promuovere i siti in modo tale che diventi attrattore anche per l’investitore privato”.

Anche per Pignatelli il ruolo dei soggetti privati dovrà essere fondamentale, “ma occorre snellire le procedure autorizzative, e prevedere anche la possibilità di vendere o dare in concessione per molti anni le cubature delle strutture a costi accessibili. Ad esempio con project financing che possano mantenere un minimo di partecipazione pubblica, ma dando la possibilità al settore imprenditoriale e turistico, di poter intervenire”. Il messaggio è chiaro: fondi europei, statali e regionali sono fondamentali per riqualificare e recuperare l’immenso patrimonio di archeologia mineraria del Sulcis Iglesiente, ma prima ci deve essere un’idea di rilancio. Non è possibile disseminare sul territorio centinaia di musei, ma molti degli edifici che man mano verranno recuperati dovranno tornare a ‘vivere’. Non più attraverso il lavoro disumano della miniera, il cui ricordo doloroso rimarrà comunque indissolubilmente legato alle testimonianze rimaste, ma con attività turistiche, ricettive e anche industriali dei giorni nostri.

Un esempio perfetto è offerto dal birrificio ‘4Mori’, nato proprio in seguito alla riconversione industriale con cui è stata riadattata la vecchia centrale elettrica del complesso minerario di Montevecchio, nel Comune di Guspini, uno degli otto siti del Parco. O dal villaggio minerario di Rosas, nel Comune di Narcao, dove, grazie soprattutto alla tenacia dell’ex sindaco, Gianfranco Tunis, l’intera area è stata restaurata dopo un lungo piano di recupero iniziato nel 1986. Oggi il villaggio di Rosas, con il suo museo, è uno straordinaria testimonianza di archeologia industriale (le macchine della sala della laveria, salvate dallo smantellamento, sono ancora perfettamente funzionanti), ma sopratutto ‘è tornato a vivere’: tra guide del museo e dipendenti dell’albergo e del ristorante vicini, 34 persone hanno trovato lavoro, facendo del sito la prima impresa di Narcao. Insomma la strada da percorrere è questa, e naturalmente il Parco giocherà un ruolo fondamentale, cercando di non commettere gli errori del passato: “Il prossimo intervento di restauro riguarderà probabilmente la Laveria La Marmora a Iglesias, uno dei complessi minerari più affascinanti- spiega Pignatelli-. Un gioiello che riempie gli occhi di meraviglia, ma è chiaro che dovremo decidere con la sovrintendenza come pianificare l’intervento: qualche predecessore dell’attuale presidente, in qualità di commissario, ha fatto accordi di programma eccessivamente onerosi per noi, destinando tre milioni di euro per recuperare la struttura, ma senza fare un piano di gestione. Quei tempi sono finiti”.

Obiettivo principale del Parco dunque il recupero e la valorizzazione dei beni culturali, anche attraverso il coinvolgimento del mondo dell’imprenditoria privata, verso il rilancio economico del territorio. Ma con un sogno nel cassetto, come svela Agus: “Sono di parte, essendo di Guspini, ma per me Montevecchio ha tutte le carte in regola per diventare patrimonio dell’umanità Unesco, con la connotazione di borgo minerario integro e autentico. Altri siti, con la speculazione edilizia, sono stati smembrati, perdendo molti degli elementi caratteristici del paesaggio minerario del tempo. A Montevecchio ciò non è accaduto e ci batteremo anche per questo obbiettivo”.

2 luglio 2018
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