Tre milioni di attacchi informatici, che fare? - DIRE.it

Opinioni

Tre milioni di attacchi informatici, che fare?

di Barbara Varchetta,  Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali

Gli attentati terroristici verificatisi nell’ultimo ventennio ci consegnano l’immagine chiara di cellule ben addestrate e collegate tra loro oltre ogni limite territoriale attraverso il sempre più massiccio utilizzo del “mezzo internet”: tra social media, propaganda e reclutamento sul web, un certo tipo di comunicazione che garantisce l’anonimato, ecco che gli estremisti di ogni provenienza riescono a rimanere strettamente connessi ed a progettare e realizzare qualsiasi disegno criminoso.

I social network, prima di qualunque altra forma di comunicazione in internet, sono lo strumento più utilizzato dalle organizzazioni terroristiche nell’opera di radicalizzazione del pensiero integralista, nell’attività di proselitismo e reclutamento degli adepti, nell’addestramento dei militanti nonché nell’organizzazione di attentati. Persino i fondi economici a sostegno del jihad e del sedicente stato islamico vengono reperiti per mezzo della rete attraverso i sistemi già consolidati dalle più grandi organizzazioni criminali, quali il phishing e il traffico di armi e droga sul web.

Certamente l’attività di propaganda è quella che ha registrato, nel lungo periodo, i maggiori successi: è prassi per i jihadisti dare ampio rilievo agli attacchi andati a buon fine con il duplice intento di motivare ulteriormente i partecipanti alle successive operazioni e contestualmente alimentare il clima di terrore e paura in tutto il mondo. Non meno efficace è da considerarsi il potenziale distruttivo (in termini virtuali) delle cyberwars ingaggiate ogni giorno attraverso la diffusione di virus informatici, maleware, intrusioni nei server governativi allo scopo di sottrarre notizie e dati riservati, sabotare i sistemi che forniscono energia e consentono attività essenziali. Si stima che siano almeno tre milioni gli attacchi informatici generati quotidianamente dalle organizzazioni criminali (comprese quelle terroristiche) operanti su tutto il pianeta.

Ma se tutto questo può essere annoverato nell’alveo della minaccia contro i sistemi democratici, è altrettanto vero che le dinamiche comunicazionali attuali e la stessa attività governativa non possono prescindere dall’utilizzo di tali strumenti. Ne consegue la necessità di una rivisitazione da parte delle Istituzioni e degli apparati informativi dell’uso di tali mezzi che, con gli adeguati correttivi apposti al fine di accrescerne l’inviolabilità e l’inaccessibilità a chi non ne abbia titolo, possono realmente rappresentare un valore aggiunto nella salvaguardia della sicurezza e nella prevenzione dei fenomeni criminali diffusamente intesi.

Le modalità di analisi delle fonti aperte sono mutate radicalmente con l’avvento di Internet: esso ha consentito ad ogni individuo di farsi protagonista dell’informazione, non più ormai appannaggio esclusivo degli operatori del settore, abbattendo così la tradizionale dicotomia tra produttori di informazione e fruitori. Il popolo virtuale si muove nel cyberspace, vive in quel mondo, si nutre di quella realtà a prescindere dalla valenza oggettiva che questa porta in sè, crea contesti paralleli e li occupa discrezionalmente, incurante delle conseguenze.

E’ per tale motivo che tenere sotto controllo il web è fondamentale: la quantità di informazioni che vi transita ogni giorno è immane, la qualità dei contenuti piuttosto esigua ma, a fronte di una laboriosa e paziente ricerca lasciata agli analisti, la sintesi consente di trarre ottimi risultati per ciò che attiene alla lotta al terrorismo. Accanto alle metodiche investigative tradizionali (pedinamenti, intercettazioni telefoniche, humint, etc.) è auspicabile che i Governi investano in tecnologia e professionalità specializzate nel settore della cybersecurity col chiaro fine di intervenire a monte, prevenendo le sciagure determinate dagli attacchi terroristici e contestualmente evitando di mettere a repentaglio la vita dei singoli, non più disposti a rinunciare alle loro libertà fondamentali in nome della paura.

2 luglio 2016
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