Bologna, chi abita sui colli vive quattro anni in più

La città cresce ma invecchia. E il quartiere in cui si vive fa una bella differenza, per la salute e non solo. L'interessante lettura emersa a un convegno, tra urbanistica, statistica e salute
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BOLOGNA – Bologna, la grassa, la ricca ma anche la fragile. Sotto le due Torri a splendidi palazzi traboccanti di ricchezza si alternano i medicanti che chiedono l’elemosina sul ciglio della strada. Case sontuose, accanto a monolocali striminziti. Giacigli di fortuna davanti alle banche più grosse. Dai giardini nascosti, simbolo di un lusso che fu, alle case popolari di piazza dei Colori. Una città piena di contraddizioni che cresce, ma che diminuisce allo stesso tempo. Dove vivere in un quartiere rispetto ad un altro può cambiare l’aspettativa di vita di quasi quattro anni. Di questo si è parlato venerdì all’Archiginnasio alla conferenza “Mappe di fragilità per il contrasto alle disuguaglianze di salute a Bologna” in occasione della manifestazione “Bologna si cura-i tre giorni del welfare” .

Il centro storico– ha spiegato Franco Chiarini, dirigente dell’ufficio di statistica del Comune di Bologna- è la zona più ricca ma è anche quella dove ci sono più distanze tra i redditi. Abbiamo le persone più benestanti, con redditi ampliamenti superiori a 100.000 euro, insieme a situazioni in cui sono molto bassi”. Le zone più a rischio sono quelle di “san Donato, della Cirenaica, della Barca, della Bolognina e anche le aree del centro storico”. Ma le disuguaglianze non riguardano solo il reddito, anche l’aspettativa di vita può variare quasi di 4 anni in base al quartiere in cui si vive.  “Tra la zona dei Colli e quella Lame, Bolognina o San Donato- ha spiegato Vincenza Perlangeli, della Ausl di Bologna- la differenza in aspettativa di vita varia anche di 3 anni e mezzo. Le persone che vivono nella periferia Nord sono più soggette al diabete o ad avere un infarto“.

 

La “Felsina”, così come gli etruschi chiamavano Bologna, che vive tra contraddizioni coesistenti, aumenta ma diminuisce. Ci sono più persone, l’immigrazione dall’estero e dalle altre parti dell’Italia cresce, ma allo stesso tempo calano i bolognesi ‘doc’ da almeno 40 anni. “Il saldo naturale di Bologna- ha continuato Chiarini- cioè il rapporto tra le morti e le nascite, è in negativo dal ’73, da quando si è esaurita la spinta del ‘baby boom'”.

Eppur Bologna cresce, attrae, e quindi il saldo è compensato dal fenomeno migratorio. “Abbiamo superato quest’anno i 390.000 abitanti, tra 6 o 7 anni supereremo i 400.000. Questo perchè la città è attrattiva“. Ma ad invecchiare non è solo la città; anche la montagna, così come la collina ‘appassisce’. Se si apre lo sguardo alla città metropolitana, le zone più fragili sono quelle appenniniche e collinari a Sud: “La fragilità demografica lì è altissima- ha proseguito Chiarini- la popolazione è vecchia, sono aree che non attraggono e di conseguenza la popolazione cala. Anche l’indice di fragilità economica è alto perchè ci sono molte pensionati che non lavorano più, con redditi spesso inferiori ai mille euro”.

 

I comuni della corona, ad esempio San Lazzaro, Zola Pedrosa e gli altri centri del circondario bolognese invece, dimostrano meno fragilità e meno disuguaglianze. Il caro affitti bolognese porta le famiglie giovani a spostarsi verso i centri vicini che hanno “situazioni abitative tranquille e stabili- conclude Chiarini- perchè c’è un elevato tasso di case di proprie, redditi medio alti, famiglie giovani ben istruite che si sono trasferite da Bologna dove i prezzi degli affitti sono più alti”.

di Andrea Olgiati

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2 Marzo 2019
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