Sanità

Fondazione ‘Giovanni Paolo II’, un’eccellenza immersa nel verde del Molise

ROMA – In Molise, immersa nel verde del bosco Faiete, sulla sommità del monte Vairano, esiste un polo d’eccellenza nel campo dell’oncologia e delle malattie cardiovascolari. Si tratta della Fondazione Giovanni Paolo II di Campobasso, di proprietà dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Roma, punto di riferimento per le regioni del centro-meridione ma non solo. Classificata come ente di ricerca e cura ad alta specializzazione, la Fondazione si avvale di un parco tecnologico particolarmente avanzato e in pochi anni di attività (dal 2003, per la precisione) ha ottenuto importanti riconoscimenti. L’ultimo è arrivato dal ministero della Salute: il Piano nazionale esiti 2017 di Agenas, infatti, l’ha collocata al secondo posto in Italia in due tabelle tra le più significative, quelle che riguardano l’intervento di bypass aortocoronarico e la sostituzione valvolare. Per saperne di più l’agenzia Dire ha intervistato il direttore generale della Fondazione, Mario Zappia.

– L’indice di mortalità è pari allo 0,32% per il bypass – a fronte di una media nazionale del 2,15% – mentre per quanto riguarda la valvuloplastica la fondazione si attesta allo 0,56% rispetto alla media nazione del 2,66%. Qual è il segreto del vostro successo? 

“Al di là delle cifre, questi numeri sono importanti perché danno la valenza dei risultati. Il concetto importante, che noi come management dobbiamo culturalmente acquisire, è che su tutte le nostre attività e competenze dobbiamo poi ‘render conto’ nei fatti al malato, al paziente e all’opinione pubblica. Per questo è importante misurarsi costantemente con i numeri, che non sono vuoti, ma rappresentano persone controllate a distanza con un follow-up in qualsiasi altra struttura sanitaria. Sappiamo che è prezioso non solo il lavoro fatto in sala operatoria o l’intervento in sé, ma soprattutto quello che avverrà dopo; solo a 30 giorni riusciamo infatti ad avere i risultati della terapia, anche in termini di efficacia clinica, che possono essere o meno indice di un buono stato di salute”.

– Parliamo un po’ di numeri: quanti interventi eseguite all’anno sui pazienti e quanto personale è impegnato nella Fondazione?

 “Intanto non dobbiamo dimenticare che la Fondazione è in Molise, una bellissima regione, che conta però solo 350mila abitanti. Nell’ultimo anno siamo comunque riusciti ad eseguire un buon numero di interventi di cardiochirurgia, esattamente 561, di cui quasi il 50% hanno riguardato pazienti extra-regione. Quando si lavora bene è normale che questo accada; così curiamo persone provenienti da Campania, Lazio, Abruzzo, Puglia, ma anche Calabria, Sicilia e Basilicata. Quanto ai dipendenti, ne abbiamo 420 che lavorano all’interno della struttura con varie mansioni. Insomma, la Fondazione è piccolina, ma è veramente un gioiellino che sorge sul cucuzzolo di una montagna a Campobasso”.

– Un efficace piano di investimenti tecnologici migliora la qualità dell’assistenza e fa risparmiare il Servizio sanitario nazionale. È d’accordo?

“È quello che bisognerebbe fare e che noi abbiamo iniziato a fare dallo scorso anno. La prima azione da parte nostra è stata un riequilibrio dei conti per evitare dissesti o altre passività; poi abbiamo curato la qualità, ma per mantenerla alta ora c’è bisogno di fare investimenti in tecnologia e nello ‘know how’. Vorremmo in particolare inserire tecniche innovative mini-invasive per quanto riguarda la cardiochirurgia”.

– Siete in controtendenza rispetto alle altre realtà del sud Italia, dove spesso si sente parlare di una sanità inefficiente… A che punto è la ricerca, in generale, nel Meridione? E cosa c’è ancora da fare?

“È ovvio che c’è ancora tanto da fare… Noi abbiamo la fortuna di essere collegati con il Policlinico Gemelli e l’Università Cattolica di Roma, quindi abbiamo professori, ricercatori e studenti con corsi in loco e molte attività di ricerca (sempre per le branche di cui ci occupiamo principalmente, cioè cardiovascolare e oncologico), che stanno avendo una crescita sempre progressiva. E questo è importante, perché ti dà lo stimolo non solo a studiare e a fare ricerca, ma soprattutto a far sì che quella stessa ricerca avvenga nella clinica traslazionale e dunque trasferita direttamente sul paziente”.

2 febbraio 2018
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