A la salud, Patagonia. In viaggio tra laghi, ghiacciai e… pinguini

Io non ci credevo, ma gli iceberg sono veramente azzurri. E i laghi patagonici sono veramente turchesi, di un turchese carico, tanto che mentre li fotografi guardi e riguardi le immagini reali perché non sembrano vere. Se il deserto del Nord ti ruba l’anima, le montagne e le acque del sud del Cile ti colpiscono al cuore e suscitano contemporaneamente un senso di pace, di inquietudine e di solitudine.

È vero che i monti, i fiumi e i laghi li abbiamo anche in Europa, ma qui è tutto più grande, più vasto e più lontano. E ti pare che questa terra non sia “consumata” come la nostra, e che abbia ancora da dare. Anche se non regala nulla, a parte i paesaggi mozzafiato.

Prima di arrivare nella regione dell’Aysen, passiamo qualche giorno nel Sur Chico e sull’isola di Chiloe tra le chiesette patrimonio Unesco, le palafitte (una mezza delusione), le spiagge selvagge (magnifiche) e soprattutto i pinguini. Visitiamo anche la città industriale di Puerto Montt, dove si produce mangime per gli allevamenti di salmoni e dove il posto più particolare e caratterizzato da visi interessanti è il mercato, coi pescatori e gli agricoltori che arrivano in barca per vendere i loro prodotti e dove già alle 9 di mattina si può mangiare una specialità sudamericana fatta di pesce crudo marinato e coriandolo, il ceviche. Buono anche a colazione se si riesce ad andare oltre la “barriera culturale” del cappuccino e cornetto.   
  
Poi, finalmente, la Patagonia settentrionale. Arrivi a Balmaceda in volo e inizi a guidare, per ore, per raggiungere posti come Puerto Ibañez dove ti chiedi come si faccia a vivere. Non c’è nulla, se non quattro case in legno e lamiera e un ramo dell’enorme (e blu!) lago General Carrera, che per una parte bagna l’Argentina – dove cambia nome, si chiama lago Buenos Aires. È il secondo più grande dell’America Latina dopo il Titicaca, ha una superficie di 1.850 chilometri quadrati ed è profondo quasi 600 metri. Il giorno che arriviamo i locali ci annunciano, orgogliosi ed eccitati, che alla sera ci sarà la festa campesina, il vero evento dell’estate. Si svolge in una specie di campo sportivo polverosissimo, dove gli “atleti” si sfidano in un rodeo, mentre il pubblico beve bibite e mangia papas fritas e il “completo”, un panino gommoso con dentro un wurstel che sa di poco, pomodori, avocado e la maionese. Qui i famosi vini cileni non li trovi tanto facilmente.
 
Si percorre la celeberrima Ruta Austral che, pur essendo la strada principale quaggiù, da Cerro Castillo in giù non è più asfaltata. Niente autogrill, niente rifornitori di carburante, bisogna fare il pieno e attrezzarsi con quello che serve prima di mettersi al volante. E se si buca una gomma, o la sai cambiare o ti arrangi. Va da sé che spesso i telefoni non prendono. L’entusiasmo di essere sulla Ruta Austral, dopo qualche ora si trasforma in mal di schiena per le buche e “per carità tenete chiusi i finestrini”, che la polvere ti acceca e ti intasa i polmoni. Passi accanto al Bosco Muerto, magnifico con quegli scheletri di alberi bruciati dall’eruzione dell’Hudson del 1991. Di tronchi spogli se ne incontrano anche più avanti, ci hanno detto che se non è un vulcano è l’escursione termica a ridurli così. E poi pascoli, mucche, cavalli e qualche casetta appoggiata su una collina coi terreni recintati con pali di legno e filo di ferro. E fiumi e torrenti e laghi. Sulle strade, però, qualcuno lo incontri e spesso sono temerari cicloturisti carichi come muli, con mani e polpacci bruciati dal sole e coperti di polvere. La maggioranza degli autisti quando li incrocia rallenta, un gesto di gentilezza. Nei paesini, invece, ci sono diversi turisti che fanno l’autostop, cosa che da noi non si vede da anni. Forse perché se la natura, i vulcani e i terremoti fanno paura, la gente ti dà un senso di sicurezza. Sono persone semplici, che si accontentano di poco e che, credo, hanno un bel coraggio a vivere così isolati, affrontando inverni lunghi e rigidi. Adesso è estate, alle 10 di sera c’è ancora luce, ma il vento è fortissimo e se durante la giornata si sta in maniche corte, la sera e la mattina ci vuole il piumino. Almeno per noi: loro al massimo si mettono un gilet. 
 
A Puerto Rio Tranquilo, altro villaggio sulle sponde del General Carrera, ci sono diversi turisti stranieri, quasi tutti ragazzi. Da qui, infatti, si possono fare escursioni di pesca, kayak, rafting, giri in barca e qui sostiamo anche noi e aspettiamo di trovare i posti sulla barca per andare al Glaciar San Rafael, una “gita” che costa tempo, cambi di mezzi e un sacco di soldi ma alla quale non si rinuncia. Arrivare fin qua e non vedere la bellezza naturalistica principale non avrebbe molto senso. Nell’attesa (tre giorni) di trovare la barca facciamo un’escursione sul General Carrera per vedere la Catedral e la Capilla de marmor, due “isolette” con piccole caverne di marmo bianco di origine glaciale con mille sfumature di colori. Poi un giro a Puerto Bertrand, dove l’acqua ha il colore di quella delle spiagge caraibiche (ma è dolce e gelata), e anche in uno dei tanti parchi per vedere il Campo de Hielo Norte, ghiacciaio che fa capolino tra le montagne e le rocce vulcaniche. 
 
La mattina del San Rafael ci si alza che è ancora buio, si percorre una strada malconcia per un paio di ore abbondanti col bus e poi si scende e si cambia mezzo: bisogna stivarsi in uno più piccolo perché c’è un ponte-passerella dove passa al massimo un minibus da otto-dieci persone. Un’altra decina di chilometri tra buche e capocciate sui finestrini ed ecco il porticciolo col “barco”. E poi ancora due ore e mezzo di navigazione in mezzo al fiordo, circondati da corone di montagne e alberi. Ed ecco che inizi a vederli, gli iceberg. I primi sono piccoli, starebbero dentro un secchio, poi senti che la temperatura si abbassa bruscamente e attorno alla barca ne galleggiano di sempre più grandi e luminosi. Sopra alcuni riposano le foche, socchiudono appena gli occhi quando ti avvicini e tornano a sonnecchiare, indifferenti. La nostra barca è piccola ma è comunque troppo grande per arrivare proprio sotto il ghiacciaio, bisogna accontentarsi e ammirarlo a distanza. È alto dai 50 ai 100 metri, largo un chilometro e dalla nostra posizione lo vediamo inoltrarsi dal mare verso l’interno della costa, dove si insinua per 20 chilometri. Purtroppo è tra quelli che soffrono: dal 1978 a oggi, in larghezza è diminuito di 2200 metri. Quando finalmente si spegne il motore della barca si sente il crepitio del ghiaccio, quasi un ticchettare. E in lontananza si percepisce distintamente un rombo quando un pezzo di ghiacciaio si stacca o si sposta. 
 
Il capitano della barca recupera con la rete un blocco di ghiaccio, lo spacca a martellate e lo mette nei bicchieri col whisky. Per riscaldarci e per brindare al San Rafael. A la salud Patagonia, hasta luego. 
2 Febbraio 2018
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