Pensioni. Ocse: Italia prima per contributi, ma i giovani sono a rischio

ROMA  – L’Italia ha le entrate contributive più elevate in rapporto al pil, gli anziani godono di buone condizioni di vita rispetto alla popolazione tanto che il rischio povertà si è trasferito ai giovani che rischiano di non avere in futuro un assegno pensionistico adeguato. E’ quanto emerge dal rapporto Ocse ‘Pensions at a Glance 2015’ presentato a un convegno dell’Inps. Ad oggi, si legge nello studio di Stefano Scarpetta, direttore occupazione, lavoro e affari sociali dell’Istituto di Parigi, il sistema di previdenza sociale ha svolto un ruolo importante nel proteggere gli anziani dal rischio di povertà assicurando loro delle buone condizioni di vita rispetto ad altri gruppi di età. Oggi in Italia, 9.3% degli ultrasessantacinquenni vivono in situazione di povertà relativa, rispetto al 12.6% % nella popolazione totale.

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Le persone anziane hanno un reddito medio superiore al 95% di quello della media nazionale. Il rischio di povertà si è trasferito nel tempo da gli anziani ai giovani: circa il 15% delle persone di età compresa tra i 18 e i 25 anni sono povere rispetto al 9% per gli ultrasessantacinquenni. I periodi di assenza dal lavoro per motivi familiari sono fortemente concentrati sulle donne: il 12% delle donne tra i 25 e i 49 anni rispetto a meno dell’1% degli uomini della stessa età. Tra i giovani, periodi di disoccupazione o d’inattività sono frequenti: circa un quarto dei giovani tra 16-29 anni sono né occupati né coinvolti nel sistema educativo o in formazione. Inoltre, le giovani donne cominciano il lavoro retribuito più di due anni più tardi rispetto agli uomini, i tassi di occupazione delle madri sono bassi e molte donne lavorano part-time . Queste caratteristiche possono danneggiare l’adeguatezza dei redditi pensionistici nel futuro, sottolinea l’Ocse.

L’effetto di interruzioni di carriera e di ritardi nell’entrata sul mercato del lavoro potrebbe essere più elevato in Italia che nei paesi Ocse. Infatti, in Italia mancano degli ammortizzatori efficaci che proteggano la pensione dall’effetto di interruzione di carriera. Mentre l’aumento dell’età pensionabile e il più stretto legame tra contributi e reddito da pensione h nno senza dubbio rafforzato la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico, l’obiettivo finale da un punto di vista sociale ed economico deve essere quello di promuovere carriere complete e di maggior durata. Obiettivo che in Italia non è stato ancora centrato. Sarebbe importante promuovere opportunità per tutti di avere accesso al mercato del lavoro ma anche una maggiore flessibilità di scelta nel la divisione del tempo tra il lavoro, la cura dei figli e dei familiari, il tempo libero e l’apprendimento. L’istituto di Parigi spiega che azioni per promuovere un migliore equilibrio tra lavoro e vita familiare e per ridurre le disuguaglianze nel mercato del lavoro vanno dunque ben oltre le politiche pensionistiche. Stando ai numeri macroeconomici, si rileva che le pensioni pubbliche italiane hanno assorbito il 15,7% del pil in media durante il periodo 2010-2015, il secondo valore più elevato tra i paesi Ocse. La rapida transizione verso il sistema contributivo nazionale per tutti i lavoratori dal gennaio 2012, l’aumento dell’età del pensionamento e la sua equiparazione tra uomini e donne permetteranno di ridurre all’orizzonte 2060 la spesa pubblica per pensioni di circa 2 punti di pil rispetto ad una riduzione media di 0,1% nell’Ue.

In Italia, il sistema pensionistico pubblico si sta conformando ad un sistema pienamente contributivo. Per una gran parte dei dipendenti del settore privato i contributi previdenziali sono i secondi più elevati dell’Ocse pari al 33% del salario (23,8% a carico dei datori di lavoro e 9,2% dei lavoratori). Ne risulta che, l’Italia ha le entrate contributive più elevate (in percentuale del Pil) dell’Ocse dopo la Grecia e la Spagna, entrate che sono necessarie per pagare le pensioni correnti. Le recenti riforme hanno migliorato la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico, ma la spesa rimane elevata. Nel periodo 2010-2015, l’Italia aveva il secondo più elevato livello di spesa pubblica per pensioni in percentuale del pil tra i paesi dell’Ocse. Con la riforma del 2011, sono state adottate importanti misure per ridurre la generosità del sistema, in particolare attraverso l’aumento dell’età pensionabile e la sua perequazione tra uomini e donne, ma l’invecchiamento della popolazione continuerà a esercitare pressioni sul finanziamento del sistema. A seguito della recente sentenza della Corte Costituzionale, i rimborsi parziali ai pensionati dovuti alle perdite del congelamento del meccanismo di indicizzazione delle pensioni nel 2012 e 2013 avranno un impatto sostanziale sulla spesa pubblica. Anche se la normale età pensionabile raggiungerà i 67 anni nel 2019 sia per gli uomini e le donne e aumenterà automaticamente in linea con la speranza di vita a 65 anni d’età dopo il 2018, la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico richiede ulteriori sforzi negli anni a venire. Nel breve periodo, ulteriori risorse sono necessarie per ridurre al minimo l’impatto della sentenza della recente Corte Costituzionale.

di Luca Monticelli – Giornalista professionista

1 Dicembre 2015
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