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Un anno fa la foto di Aylan sconvolse il mondo. Amnesty: “Non è cambiato nulla”

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ROMA – Il 2 settembre 2015 la foto di Aylan Kurdi, il bambino siriano di tre anni ritrovato morto sulla spiaggia di Bodrum in Turchia, faceva il giro del pianeta provocando commozione e sdegno. Il piccolo, da lì, insieme alla sua famiglia stava cercando di raggiungere la Grecia, alla volta dell’Europa e poi del Canada, dove avevano parenti. Nel naufragio hanno perso la vita anche la mamma e il fratellino più grande. Oggi, a un anno da quel drammatico episodio che indignò il mondo, Amnesty International ricorda la triste vicenda, sottolineando come “un anno dopo, i leader del mondo continuano a non dare risposte alla crisi globale dei rifugiati“. A luglio, ricorda l’organizzazione, i negoziati preparatori del vertice delle Nazioni Unite sui rifugiati del 19 settembre hanno rinviato al 2018 l’esame della proposta del segretario generale Ban Ki-moon di un “Global compact sulla condivisione delle responsabilità sui rifugiati”.

“A settembre rischiamo di assistere a un altro conclave di leader mondiali che terminerà con dichiarazioni ipocrite mentre altri bambini resteranno a soffrire – dichiara Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International -. Se non si assumeranno maggiori responsabilità di fronte alla crisi che si sviluppa davanti ai loro occhi e se non accoglieranno un maggior numero di persone in fuga dalla guerra e dalla persecuzione, i paesi più ricchi condanneranno altre migliaia di bambini a rischiare la vita in viaggi pericolosissimi o a rimanere intrappolati in campi per rifugiati senza alcuna speranza per il futuro”.

Conclude Shetty: “L’incredibile moto di compassione mostrato l’anno scorso per Aylan Kurdi dovrebbe estendersi agli innumerevoli bambini rifugiati che sono alla disperata ricerca di aiuto. I governi stanno gestendo la crisi dei rifugiati con egoismo, come se le persone che rappresentano non fossero in grado di provare solidarietà per chi si trova oltre la frontiera. E’ giunto il momento di affrontare la crisi dei rifugiati in prima persona e di mostrare ai nostri leader che noi vogliamo accogliere i rifugiati”.

www.redattoresociale.it

01 settembre 2016

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