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Unimore, ecco la proteina che “rallenta” la Sla

unimore2MODENA – Un altro passo avanti nella lotta contro la Sla, targato Università di Modena e Reggio Emilia. È il gruppo di studio della professoressa Serena Carra, del dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze di Unimore, ad aver individuato un complesso proteico (l’Hspb8-Bag3-Hsp70) che contribuisce a rallentare il decorso di patologie come la Sclerosi laterale amiotrofica. Le sperimentazioni, spiegano dall’Ateneo, sono state effettuate su modelli cellulari e su modelli animali di drosophila melanogaster, il moscerino della frutta, e costituiscono “un promettente punto di partenza” per ipotizzare una terapia sull’uomo. Il complesso proteico individuato dal gruppo di Carra, infatti, risulta in grado di favorire il mantenimento della corretta funzionalità e vitalità cellulare; così, la regolazione di queste proteine potrebbe contribuire a rallentare il decorso di patologie come la stessa Sla, caratterizzate dall’accumulo di aggregati di proteine-Rna.

L’ipotesi è stata confermata da un altro recente lavoro che ha visto anche la collaborazione del professor Angelo Poletti, dell’Università di Milano, dipartimento di Scienze farmacologiche e biomolecolari. I risultati di Unimore sono stati pubblicati dalle riviste internazionali “Molecular Cell” e “Human Molecular Genetics”; la ricerca è stata finanziata in buona parte con i fondi raccolti da Aisla, Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica, grazie all’Ice Bucket Challenge, nel 2014.

unimore01Se due anni fa l’associazione ha ricevuto 2,4 milioni di euro di donazioni, 1,4 milioni sono stati devoluti alla Fondazione competente Arisla, che ha potuto così finanziare 15 progetti di ricerca tra cui quello a cura di Carra.

Commenta soddisfatta sugli studi usciti la stessa profesoressa dell’Unimore: “Queste due pubblicazioni sono il frutto di più di due anni di duro lavoro che ha visto coinvolti eccellenti collaboratori italiani, fra cui il Angelo Poletti dell’Università di Milano, e stranieri, in primis Simon Alberti del Max Plank Institute di Dresda”, così come “numerosi giovani studenti e ricercatori che hanno lavorato sotto la mia stretta supervisione”.

Ma soprattutto, “questi successi scientifici sono un segno di speranza non solo per i pazienti afflitti da queste patologie e per le loro famiglie, ma anche per i giovani ricercatori che hanno collaborato con me”, conclude Carra.

di Luca Donigaglia, giornalista professionista

01 settembre 2016

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