VIDEO | Quando il centro antiviolenza resiste senza le Istituzioni, la forza di ‘Erinna’

La quarta puntata del reportage di Diredonne sulle strutture del Lazio
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VITERBO – ‘Per 2000 ragioni rifioriscono le donne’. Sono le parole dipinte tra i fiori bianchi, blu, gialli, rossi della bandiera all’ingresso del centro antiviolenza ‘Erinna’, a Viterbo. Le stesse portate a Bruxelles nel 2000, alla marcia mondiale delle donne. Ancora oggi, dopo vent’anni di attività, quelle parole accolgono le vittime di violenza che trovano il coraggio di salire la rampa di scale di via del Bottalone 9, a pochi minuti da Porta romana.

LA STORIA DI ELENA

La stessa percorsa da Elena (il nome è di fantasia, ndr), 36enne sudamericana, poco più che trentenne quando decide di rivolgersi ad Anna Maghi e Valentina Bruno, dell’associazione Erinna, per chiedere aiuto. Il compagno, un italiano, che fa uso di stupefacenti, è geloso. Parole offensive e abusi sessuali diventano dopo pochi mesi di convivenza la quotidianità.

“La situazione- spiega alla Dire Elena- dura circa quattro anni e mezzo, praticamente tutto il periodo in cui abbiamo vissuto insieme” e diventa sempre più insostenibile quando resta incinta della sua seconda figlia. “Sapendo che sono straniera mi minacciava di portarmi via mia figlia- racconta- A quel punto mi sono detta: tanto vale che la faccio finita”. E tenta il suicidio. Un’esperienza che segna la figlia più grande, Micaela, che insieme alla piccola Maria (i nomi sono di fantasia, ndr) sono per Elena la spinta ad uscire da un rapporto malato e a varcare la soglia del centro antiviolenza.

“Abbiamo costituito la nostra associazione nel 2000, ma operavamo già sui casi di violenza dal 1998- spiega alla Dire Anna Maghi, presidente dell’associazione ‘Erinna’- Dal 2006, quando abbiamo aperto fisicamente il centro antiviolenza, sono arrivate da noi circa 600 donne, forse di più. La media annuale di accoglienze dirette è tra 50 e 60, nel 2018 sono state 50. Poi ci sono le accoglienze telefoniche, e i numeri crescono”. La maggior parte segnala violenze psicologiche, fisiche ed economiche.

“Nel 2018 le violenze sui minori che abbiamo registrato sono state intorno al 75%- spiega alla Dire Graziella Natili, operatrice di ‘Erinna’- Le indirette sono state al 40%, la violenza economica al 40%, i maltrattamenti al 30%”. Entrando nel dettaglio: il 30% di tentativi di strangolamento, il 56% di minacce, il 30% di distruzione di oggetti personali, intorno al 70% di casi di umiliazione, il 55% di offese, intorno al 30% di svalorizzazione, il 20% di casi in cui gli uomini hanno usato armi da taglio. È un monitoraggio accurato, quello delle operatrici di ‘Erinna’ (tre avvocate, una psicoterapeuta, un’insegnante di lingue per rifugiati politici e tre volontarie), “quattro tignose resistenti” che, “praticamente senza fondi”, sottolinea Maghi, portano avanti un progetto che negli anni è sopravvissuto ad una serie di disavventure.

“Nel 2011 abbiamo fatto un salto di qualità rispondendo ad un bando del Governo per aprire una casa rifugio che abbiamo gestito per cinque anni: due anni di progetto, due anni senza finanziamento, più un terzo anno, perché non potevamo alienare gli arredi. Nell’ultimo anno abbiamo avuto ugualmente ospiti in casa”.

LA LOTTA DI ERINNA

Nel 2014 ‘Erinna’ non viene censito all’interno della mappatura dei centri antiviolenza realizzata dalla Regione Lazio “perché non avevamo una convenzione con il Comune di Viterbo”. Per portare a termine il progetto del centro e della casa rifugio, ‘Erinna’ finisce in mano alle banche, “pur essendo socia fondatrice di D.i.Re-Donne in Rete contro la Violenza e inserita nella rete nazionale del 1522- racconta Maghi- Abbiamo ripetutamente cercato di ottenere la Convenzione con il Comune, senza riuscirci”. A marzo 2017 l’associazione accetta di partecipare come partner del Comune di Viterbo al bando regionale per mantenere il proprio centro, aprire un nuovo sportello antiviolenza e una nuova casa rifugio; a novembre 2017 esce la graduatoria. ‘Erinna’ vince il bando ma, al momento della creazione dell’associazione temporanea di scopo (Ats) qualcosa va storto.

“Il Comune di Viterbo doveva trovare lo stabile per la casa rifugio, sono passati altri mesi e per tutto questo tempo non abbiamo potuto presentare progetti a nessun altro, eravamo senza sostegno economico- precisa Maghi- A maggio 2018 ci sono state le elezioni, è cambiata l’amministrazione e non abbiamo saputo più nulla”.

Si spezza qualcosa e le donne di ‘Erinna’ a fine agosto 2018 decidono di “non avere più rapporti con le istituzioni” ed escono anche dal 1522, il numero antiviolenza nazionale. Ma non abdicano alla loro storia. Nel centro, una casa messa a disposizione gratuitamente da un’insegnante in pensione, continuano a rispondere allo 0761342056 per fornire un primo sostegno alle donne che subiscono violenza. Nella stanza dei colloqui continuano ad elaborare con loro vissuti dolorosi, a volte inaccettabili, non più con la costruzione individuale delle memorie, “perché non avremmo le forze”, spiega la presidente dell’associazione, ma con i gruppi di elaborazione e di empowerment. Nella ‘stanza delle papavere’ continuano a lavorare con i gruppi delle adolescenti, le ‘piccole donne’ che in tre anni hanno smontato e rimontato ‘Cenerentola’, ‘La bella addormentata’ e ‘La sirenetta’, scrivendo nel volume ‘C’è una volta’ tre nuove versioni delle fiabe rese celebri dalla Disney, in cui finalmente le donne sono creative, “potenti, non assoggettate”.

“Per poter andare avanti con la denuncia le operatrici del centro ‘Erinna’ mi sono state non di aiuto, di più”, racconta Elena, che, mentre ancora era in casa con il compagno, è riuscita a denunciarlo per maltrattamenti e abusi sessuali. “Non credo che ce l’avrei fatta senza di loro, mi hanno aiutata per quattro anni, con l’assistenza legale, con i gruppi di ascolto”. Ma il suo incubo non è ancora finito: “In Tribunale non è andata come pensavo. Ho fatto denuncia nel 2011 e ancora non è finita, in primo grado hanno detto che non c’erano abbastanza prove per accusarlo”. Scoppia a piangere Elena, additata dalla famiglia di lui di “essere una straniera bugiarda” e di aver inventato tutto per avere la casa, mentre la figlia comincia a chiederle di poter vedere il padre, e il processo è finito in Corte d’Appello. “Sicuramente dopo una vita migliore c’è, basta credere in se stesse e andare avanti- ripete- Ci deve essere una vita migliore, dopo”.

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1 Aprile 2019
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