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Succede in Italia: aspiranti candidati modificano il curriculum. Al ribasso

ROMA – Spesso si nega un master, si omettono precedenti esperienze lavorative, si modifica per difetto il titolo di studio. Ma per una giusta causa, visto che un curriculum troppo altisonante tende sempre più a spaventare le aziende. Lo rivela uno studio di BPSec, azienda leader nel settore delle consulenze e dei servizi formativi, secondo cui chi cerca lavoro oggi, è disposto nel 35 percento dei casi, a ritoccare al ribasso le proprie qualifiche e competenze nella speranza di non essere considerati troppo preparati per ottenere un lavoro. Se in passato, infatti, l’alta formazione e preparazione, costituiva un valore aggiunto, in tempo di crisi, essere ‘overqualified’ sta cominciando a diventare negativo. Succede sia ai giovani che si sono appena laureati sia a chi ricopre cariche di un certo rilievo. Ribassare il proprio curriculum è ormai diventata pratica comune per chi è in cerca di un’occupazione. I motivi? Per il 68% dei datori di lavoro intervistati, il timore maggiore di fronte ad un cv troppo profilato, è quello di un’elevata aspettativa di salario, seguito dalla preoccupazione di perdere il lavoratore non appena a questo gli sarà offerta una proposta migliore (52%). Il 43% delle aziende teme, invece, che candidati selezionati per incarichi di livello inferiore rispetto al proprio profilo, possano ben presto annoiarsi e non essere felici.

Tra le posizioni occupazionali e i settori professionali maggiormente colpiti da questo trend, in primis, i dirigenti d’azienda con il 23% degli intervistati che dichiara di modificare al ribasso le proprie competenze, tra questi ben il 16% sono donne. Queste ultime infatti, una volta perso il lavoro, come confermano anche i recenti dati Istat, faticano a ritrovare una nuova occupazione e sono pertanto le più inclini a demansionare il proprio CV. Alle manager seguono, i consulenti aziendali (17%) che sfoltiscono il proprio bagaglio delle loro collaborazioni per non risultare troppo qualificati, gli assistenti e le segretarie d’azienda (15%), ma anche tecnici e operai specializzati (13%). Tra le atre categorie oggetto di questa pratica figurano gli intermediari finanziari (11%), gli ingegneri (9%) e i liberi professionisti (7%). Secondo il fondatore di BPSec, Daniele Barbone, la carriera universitaria con relative specializzazioni, master e titoli postlaurea, è il primo elemento che viene tagliato (38% dei candidati). Al secondo posto, si riducono gli anni di esperienze lavorativa (33%) e il numero di aziende per le quali si è lavorato (31%), seguiti da una modifica delle competenze ed abilità (28%). Secondo la ricerca, a edulcorare maggiormente il proprio cv sono soprattutto le donne (65% dei casi contro il 35% degli uomini), notoriamente più disposte ad accettare lavori meno retribuiti e più precari per la difficoltà di fondo dell’universo femminile ad inserirsi nel mondo del lavoro. In generale, questo fenomeno di omissione è più comune al nord (61%), dove c’è una maggiore concentrazione di forza lavoro, mentre al centro-sud (39%) le aziende tendono a non storcere il naso se il candidato è profilato: qui il mercato del lavoro è ancora più fermo che al nord e per gli imprenditori l’abbondanza di candidati qualificati orienta verso l’altro la scelta senza spaventare.

01 aprile 2015

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